Prendersi cura dell’incerto – Giornate SIEFPP 2022
Saluti del Presidente SIEFPP
Alessandra Chinaglia (SIPP)
Ringrazio e saluto caramente tutti i partecipanti al Convegno ed i colleghi del CE SIEFPP che hanno lavorato insieme a me per la realizzazione di questo evento.
Sono felice della presenza del Presidente SPI, Sarantis Thanopulos, che seguirà al mio breve intervento, quale significativo e produttivo legame fra le Scuole ad impostazione psicoanalitica.
Ringrazio ancora Roberto Goisis e Marcello Turno che, generosamente, hanno accettato di dialogare insieme nella relazione principale “Lock mind. Diari e vissuti sulla pandemia”.
Last but not least, ringrazio i componenti della tavola rotonda che porteranno i loro contributi sul tema: Essere bambini e adolescenti nell’incertezza: Bonassi, Cordiale, Giannotti, Iannotta e Nicotra.
Dopo la Giornata SIEFPP dello scorso anno sul tema Prendersi cura, la SIEFPP ha guardato al futuro con ottimismo e con la volontà di organizzare l’evento annuale 2022 in presenza, scegliendo come luogo Venezia e, in particolare la bella isola di San Servolo, un tempo Ospedale Psichiatrico ed anche luogo della mia personale formazione, oggi Università Internazionale.
Quando scegliemmo il tema Prendersi cura dell’Incerto ci sembrò che Venezia, precaria, incerta, insicura da secoli potesse essere il giusto luogo per accogliere un evento che intende approfondire la tematica intorno all’instabilità e alla provvisorietà. Tutti noi desideravamo anche incontrarci nuovamente in presenza a conferma del nostro legame affettivo e culturale.
La nuova onda pandemica ci ha fermati e così oggi ci ritroviamo a comunicare attraverso la piattaforma informatica Zoom, modalità ormai consueta che ci ha permesso di partecipare a tanti convegni ed attraverso la quale possiamo arricchirci delle nostre reciproche esperienze, con la speranza che presto si possa riprendere ad incontrarci di persona.
Possiamo dire che ci troviamo ad essere un po’ come Venezia, in attesa che l’onda della marea finisca, pronta a risorgere sempre più bella, nella sua precarietà.
Perché il titolo: Prendersi cura dell’Incerto?
Questo tema ci è parso peculiare alla situazione critica che si sta vivendo e idoneo a soffermarsi su quanto le nostre certezze (setting, tipo di intervento, tipi di pazienti, modalità della formazione e così via) siano state messe in discussione e ci abbiano portato ad interfacciarci con nuove modalità di intervento sia interno che esterno.
Siamo stati messi a dura prova ma siamo rimasti capaci di navigare dentro il mare di incertezza in cui ci trovavamo e di far germinare una creatività impensata di fronte ad una richiesta imprevista e immediata, per riproporci in situazioni nuove che hanno sempre avuto come certezza di base quella della relazione e del porgere aiuto a chi lo richiedeva.
Quindi, attraverso una situazione fluida che si dispiega tra un prima, l’adesso ed un dopo sconosciuto e che richiede un continuo ripensamento del nostro modo di lavorare, su cui ci siamo soffermati nella Giornata SIEFPP 2021, siamo passati a percorrere insieme la strada dell’illusione che finisse questo tempo, in un certo senso INFINITO. Tempo infinito dove ognuno di noi e le nostro Associazioni siamo andati avanti a costruire nuovi setting, imparando via via, insieme, nuove strade per affrontare la “sofferenza psichica”, la nuova sfida del “tutti insieme”, con la specifica formazione che ci caratterizza da anni, con l’approccio psicoanalitico delle nostre scuole che sono anche la nostra ricchezza.
Nuove sfide costruttive ci aspettano: la prima, accompagnare l’onda tsunamica- pandemica verso una fine con nuove profonde acquisizioni dei setting differenziati e con le nuove conoscenze telematiche, sia nelle istituzioni che nella pratica privata.
Vittorio Lingiardi recensisce nell’inserto domenicale di 24 Ore il libro di Anna Nicolò
-Past President SPI e Membro di una delle nostre Società Coppia e Famiglia – dal titolo Rotture evolutive. In esso viene espresso con queste parole il pensiero critico che facciamo anche nostro: “…è un bel titolo perché contiene l’alfa e l’omega della vita psichica e di quella terapeutica: rompersi, svilupparsi e quando possibile, quasi mai da soli, ripararsi.”
Sembra venire descritto uno spazio transizionale, dentro il quale possiamo immaginare di trovarci adesso, ancora pieno di incertezze e tentativi di riparazioni e ricuciture, attraverso il quale poter utilizzare aspetti del mondo interno e far sì che essi entrino a far parte del mondo esterno, condividendoli con gli altri, nel tentativo di rappresentare e di capire qualcosa che riguarda la nostra realtà psichica.
Tornando al ” ripararsi”, vorrei sottolineare la nuova sfida della SIEFPP insieme alla SPI, impegnati a costruire una rete con le reciproche specificità, diretta all’ascolto della “SOFFERENZA PSICHICA”.
E perchè no, ci insegna Thanapoulos, anche (come da anni si fa in Gran Bretagna) pensare ad una rete dove medici e psicologi, insieme ad altre categorie di professionisti, affrontano le nuove sfide dell’onda pandemica e all’impegno sempre più assediante dell’era post-pandemica?
Auguro buon lavoro a tutti e vi ringrazio per l’ascolto.
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Introduzione e coordinamento
Daniela Lucarelli (ASNE-SIPSIA / PCF / SPI)
L’arrivo del Coronavirus ci ha destabilizzati, certi di essere in un mondo relativamente sicuro e prevedibile. Abbiamo perso di conseguenza l’uso di un luogo fisico dove incontrare i nostri pazienti, ci siamo dovuti adattare a schermi che distanziano fisicamente, abbiamo adottato quello che D. Norsa ha recentemente chiamato un setting decostruito.
I nuovi problemi, i cambiamenti disorientano, disturbano, creano fratture, ci mettono di fronte alla tendenza della psiche umana a mantenere lo status quo, resistendo attivamente alle forze che sfidano le nostre assunzioni e minacciano il nostro equilibrio, ma anche stimolano, ci spingono a sperimentare, a pensare.
Il confronto con la perdita del setting così come lo conoscevamo ci ha fatto dapprima sentire in pericolo, incerti sul da farsi, poi ci ha visti avventurarci verso la nuova esperienza, cercare, insieme ai nostri pazienti, nuove soluzioni.
Ne sono derivate situazioni molto diverse tra loro: pazienti che si connettono su internet in vis-à-vis, altri che dispongono la stanza in modo da sdraiarsi sul divano, ponendo il telefonino dietro di loro quasi a ricreare la situazione della stanza di analisi, altri che preferiscono che si spenga il video, altri ancora che, in mancanza di uno spazio privato in casa, si collegano nell’auto, altri che preferiscono il telefono. Si intravedono scorci delle loro case, talvolta un gatto passa davanti allo schermo … Ognuno ha cercato di esprimere attraverso questi nuovi setting qualcosa del loro modo di relazionarsi con noi. E, con il tempo, queste varietà di situazioni hanno arricchito le relazioni, personalizzandole.
Se da un lato si è perso qualcosa, dall’altro forse qualcos’altro si è conquistato.
Anche noi abbiamo sperimentato il trovarci nella stessa situazione di incertezza e di pericolo dei nostri pazienti, cercando di far sopravvivere il nostro comune spazio analitico, ad ogni costo.
Ma cosa consente agli esseri umani di sopravvivere in tempi di grandi destabilizzazioni? Forse le persone sono protette dalle stesse cose che le rendono vulnerabili: l’incertezza del futuro (che lascia spazio alla speranza), la necessità di sopravvivenza (che distoglie dal pericolo), l’essere disposti a rischiare (che allontana la paura).
Tutto ciò accade in un contesto in cui l’incerto, la sorpresa, lo stupore, il desiderio di non perdere ciò che è acquisito e di avere un avvenire prevedibile coesistono.
Così l’incertezza diviene il modo di dare un nome ad una preoccupazione diffusa, ma che è presente in ambiti molto diversi come la scienza, la politica, l’economia, la vita quotidiana e, certamente, anche la relazione analitica.
La cultura contemporanea è impregnata di una tensione volta a comprendere ciò che sta accadendo nel nostro mondo e a trovare le vie di quella bonifica del futuro che può consentire la sopravvivenza della specie. Siamo tutti partecipi di un passaggio epocale dalla società della produzione a quella del rischio, scrivevano Gaburri e Ambrosiano già nel 2003.
Tuttavia la vita, la pratica clinica indicano che le certezze dovrebbero essere transitorie, passeggere. Infatti, se questo non avviene, esse possono facilmente divenire degli impedimenti per l’abitare i diversi spazi offerti dalla vita, per qualsiasi atto della vita. Constatiamo quotidianamente, infatti, che noi possiamo poggiare la nostra pratica clinica sulla conferma di ipotesi e postulati, ma anche che essa si arricchisce con l’ascolto dei fallimenti, degli imprevisti e delle incrinature, nell’esplorazione di territori ancora non definiti, lasciando che i dubbi e gli interrogativi si presentino.
“La vulnerabilità – scrive G. Di Chiara (2020) – è un dato di base, legato alla necessità di costruire un mondo interiore psichico che realizzi la vitalità, ma anche l’incertezza, l’esitazione, l’attesa di mettere alla prova gli strumenti forgiati che possono funzionare oppure no.”
Il presente non può essere pensato nel passato, esso offre nuovi percorsi: sfaccettature che definiscono una discontinuità tra passato e presente.
Nel tempo abbiamo portato avanti il metodo psicoanalitico basato sulla scoperta della realtà psichica, della realtà fantasmatica, aperto da Freud e sviluppato dai continuatori del suo pensiero. Senza dubbio l’opera di Freud ha dato un’impronta rivoluzionaria, di modernità. Oggi, dobbiamo forse maggiormente rivolgere la nostra attenzione verso i nuovi grandi interrogativi sull’essere umano che devono tenere conto della realtà presente e dei rischi a cui siamo attualmente esposti.
Ci muoviamo in acque incerte e se da un lato cerchiamo di adattarci alle difficoltà attuali, dall’altro speriamo di trovare dei modi per evitare di doverlo fare. Il nostro metodo di indagine e di lavoro si sviluppa in un’epoca in cui esso entra in conflitto con i nuovi ritmi di comunicazione e con le problematiche attuali dei nostri pazienti.
Abbiamo (quasi tutti) integrato internet nella nostra pratica clinica, con l’adozione di nuovi setting. Lavoriamo con concetti solidamente radicati, ma al contempo temiamo che possano perdere il loro potere esplicativo.
La mancanza di concordanza tra la continuità storica e l’attualità, tra ciò che è prevedibile e ciò che è rischioso, tra l’eredità e ciò che non ha precedenti nel passato, porta a interrogarci sui nostri strumenti lavorativi e a considerare se a livello teorico-clinico non sia sempre più necessario pensare ad interventi che non rimandino solo ai conflitti inconsci e infantili ma che tengano conto anche dell’importanza che possa implicare il vivere nelle sabbie mobili, nell’incerto, vale a dire: l’importanza della realtà.
Occorre anche tenere sempre ben presente la complessità del tema della realtà esterna e considerare l’irrisolta ambivalenza della psicoanalisi su questo. “Essa va vista – ci ricorda A. Nicolò – in rapporto dialettico con la realtà psichica ed è rappresentata dalla realtà dell’altro in interazione e relazione con noi”.
Mentre i meccanismi di funzionamento psichico sono quelli che abbiamo imparato a conoscere e che continuiamo a studiare e ad approfondire, contemporaneamente stanno cambiando le modalità con le quali i soggetti possono integrare i grandi mutamenti in corso: ciò che cambia non è l’apparato psichico, ma sono le nuove forme di soggettivazione.
“Ho una vita incerta” mi dice Anna, una paziente di 32 anni che, pur se preparatissima, rincorre possibilità di lavoro in giro per il mondo: “l’unica cosa certa nella mia vita è l’incertezza”, esprimendo una condizione che riguarda molti giovani della sua generazione.
Anche la psicoanalisi, impregnata della cultura attuale, si trova ad essere scossa in rapporto al suo sapere acquisito.
Le angosce, i pericoli, che i pazienti comunicano sono da considerarsi solamente inconsci e vanno ricondotti lì e all’infantile, dove hanno preso forma, o sono anche determinati da realtà esterne che minacciano la vita e la comunità umana? Freud, nel 1915, scriveva: “La morte oggi non può essere rinnegata; siamo costretti a crederci. Gli uomini muoiono veramente; e non più uno alla volta, ma in gran numero, spesso a decine di migliaia in un giorno solo. Non è più qualcosa di casuale ormai” (1915, 139).
L’incidenza dei fattori che caratterizzano la contemporaneità ci obbliga a ripensare alla nostra pratica clinica. L’incertezza della realtà esterna ci costringe più che mai a abbandonare le certezze ed accettare che queste potrebbero renderci ciechi e sordi nei confronti dei traumi vissuti dai pazienti. Per occuparsene occorre riconoscere che i nostri strumenti possono essere insufficienti e fragili al pari di noi stessi e quindi procedere con grande cautela, come accade quando si avanza in un cammino sconosciuto e insidioso.
La psicoanalisi è ora chiamata ad un nuovo senso di responsabilità: nuovo in sede clinica dove, come notava J. Puget (1989), abbiamo corso il rischio di costituire il setting terapeutico come una cellula asettica e isolata, nuova sul piano della riflessione teorica, come mostra il ritornare costante di Freud, nella sua opera, a temi sociali e culturali.
La psicoanalisi è richiamata alla necessità di una continua revisione dei propri assunti teorici e diagnostici. Da diversi anni, seppure con prudenza e esitazione, le riflessioni sul contesto allargato impegnano gli psicoanalisti, a partire dalla considerazione di circostanze traumatiche collettive.
Attualmente sembra che l’analista sia chiamato a riaffermare, nella stanza di analisi, la pregnanza della realtà esterna (il contesto allargato).
L’accettazione della storia del paziente e della sua realtà traumatica impegna l’analista a uscire dalla adesione a modelli teorici prevalentemente collegati solo al mondo interno del paziente e alle dinamiche transferali. E’ forse ora più che mai urgente interrogarsi sulla necessità di un rinnovamento teorico che spinga l’attenzione psicoanalitica sulle esperienze tragiche che i pazienti narrano. Questo implica per l’analista, oltre al ricorrere ad una attenta autoanalisi, ripensare alle proprie spinte conformiste verso concetti talvolta assunti pigramente come fattori della funzione psicoanalitica stessa. La libera associazione, una funzione contenente, l’attenzione ai legami inconsci con gli altri costruiti per difendersi da traumi inelaborati, alle difese interpersonali, al disconoscimento, alla negazione rispetto alla realtà esterna può forse contribuire ad orientare il timone di una navigazione che richiami all’assunzione del rischio e della responsabilità nei confronti di quella che non può che essere la provvisorietà delle costruzioni interpretative dell’analista. Possono, in tal modo, emergere elementi imprevedibili e inattesi ad animare lo spazio psicoanalitico di qualche fiducia nella possibilità di una pensabilità, nella tolleranza della paura, nella possibilità di affrontare il lutto, incluso quello relativo alla perdita della certezza ed ai limiti della conoscenza.



